IL PARTITO  SOCIALISTA ITALIANO VERSO IL DECLINO E LA DIASPORA

Di Pietro Ancona  (*)  (***)

 

" ………..Dei Congressi socialisti ricordo due cose: l'affollamento di migliaia di postulanti appartenenti quasi tutti al ceto medio o medio alto, signore impellicciate, toilettes di lusso, auto di massima cilindrata, gioielli esibiti sfacciatamente anche di mattina e la materiale impossibilità ad accedervi. A Verona, pur essendo delegato, il primo giorno non riuscii a mettere piede all'interno del Congresso tanta era la calca di tantissime persone richiamate dalla ostentata proclamazione della Politica come Potere sfacciatamente esibita dal gruppo dirigente. Ricordo anche la pacchiana scenografia zeppa di simboli massonici (triangolo con occhio, tempio dorico etcc..)

Del discorso di Craxi a Verona ricordo il tono minaccioso, la pesantezza di messaggi inviati ai due massimi contendenti dai quali si sentiva stretto: DC e Comunisti. Il parlamento svillaneggiato come istituzione perditempo che si occupa degli invertebrati marini. Berlinguer offeso di persona. Presente al Congresso, fischiato dalla platea, Craxi anzicchè scusarsi, disse che se fosse stato presente si sarebbe unito ai fischi. Una platea di curva ultrà sottolineava i passaggi del discorso pestando l'impiantito di legno del Congresso dal quale veniva un sordo pauroso boato......."

 

Il Partito Socialista Italiano (PSI) fu un partito politico fondato nel 1892 e operante fino al 1994.
Durante il regime fascista e, in particolare, dopo la messa al bando di tutti i partiti ad eccezione del PNF, il PSI continuò, nei limiti del possibile, la sua attività nella clandestinità, mentre la direzione del partito tentava d'informarsi sulla vita politica del Paese e d'influire sulla stessa dall'esilio francese.

Le origini del movimento socialista in Italia
In Italia la crescita del movimento operaio si delinea sulla fine del XIX secolo. Le prime organizzazioni di lavoratori sono le società di mutuo soccorso e le cooperative di tradizione mazziniana e a fine solidaristico. La presenza in Italia di Bakunin dal 1864 al 1867 dà impulso all'anarchismo. L'episodio anarchico di propaganda più noto è quello del 1877 (un gruppo di anarchici tentò di far sollevare i contadini del Matese). La strategia insurrezionale fallisce mentre riscuote molto successo il partito Socialdemocratico nelle elezioni del 1877. I primi a sostenere la necessità di incanalare le energie rivoluzionarie in un'organizzazione partitica sono Bignami e Gnocchi-Viani con la rivista " La Plebe" al quale poi si affiancano le "Lettere aperte agli amici di Romagna", dove si denuncia il carattere settario del movimento anarchico e l'astensionismo elettorale. Nel 1881 Andrea Costa organizza il Partito Socialista Rivoluzionario di Romagna, che sosteneva, fra l'altro, le lotte dei lavoratori, l'agitazione per riforme economiche e politiche, la partecipazione alle elezioni amministrative e politiche. Costa incontra grandi difficoltà anche se riesce ad essere eletto alla Camera come primo deputato socialista. Alle elezioni del 1882 si presenta il Partito Operaio Italiano ma senza successo. Frattanto il movimento operaio si organizza in forme più complesse: Federazioni di mestiere, Camere di lavoro, etc. Le Camere di Lavoro si trasformano in organizzazioni autonome e divengono il punto di aggregazione a livello cittadino di tutti i lavoratori.

Il Partito dalla nascita all'avvento della Repubblica
1892: fondazione del partito
Su queste basi nel 1892 nasce a Genova il Partito dei Lavoratori Italiani che fonde in sé l'esperienza del Partito Operaio Italiano nato nel 1882 a Milano, la Lega Socialista Milanese - d'ispirazione riformista, fondata nel 1889 per iniziativa di Turati - e molte leghe e movimenti italiani che si rifanno al socialismo di ispirazione marxista. Tra i promotori della formazione del PSI ci sono Filippo Turati, Claudio Treves, Leonida Bissolati, Ghisleri, Ferri, tutti provenienti dall'esperienza del Positivismo. Turati è erede del radicalismo democratico; nel 1885 si era unito con la rivoluzionaria Anna Kuliscioff; conosce le opere di Marx ed Engels, fu attratto dalla socialdemocrazia tedesca e dalle associazioni operaie lombarde. Turati considera il Socialismo non dal punto di vista insurrezionale, ma come un'ideale da calare nelle specifiche situazioni storiche. È nel 1893 che il Partito Socialista si dà un'autonomia e un nome ufficiale (Congresso di Reggio Emilia). Nell'ottobre del 1894 il partito venne sciolto per decreto a causa della repressione crispina. In contrapposizione alla repressione vi fu un'alleanza democratico-socialista alle elezioni del 1895.

1912: la scissione del PSRI di Bissolati
Il congresso straordinario, convocato a Reggio Emilia, inasprisce le divisioni che attraversano il Partito riguardo all'impresa di Libia. Trionfa la corrente massimalista di Benito Mussolini e si sancisce l'espulsione di una delle aree riformiste, capeggiata da Ivanoe Bonomi e Leonida Bissolati. Quest'ultimo, nel

1911 si era recato al Quirinale per le consultazioni susseguenti la crisi del Governo Luzzatti, causando il malcontento del resto del partito, compreso quello di Turati, esponente di spicco dell'altra corrente riformista. Bissolati e i suoi danno vita al Partito Socialista Riformista Italiano (PSRI).

1914: la crisi dell'interventismo
Allo scoppio della Prima guerra mondiale il partito sviluppò un forte impegno per la neutralità dell'Italia, ma con forti spaccature al suo interno che troveranno un punto di mediazione nella formula "né aderire né sabotare" di Costantino Lazzari.
A partire dagli anni venti, con l'emergere del Partito Nazionale Fascista, le diverse anime del movimento socialista si mossero separatamente dando vita a tre differenti partiti.
La scissione dei comunisti (1921), quella riformista (1922) e la clandestinità

Nel 1921 si tiene a Livorno il XVII congresso del partito. Dopo giorni di dibattito serrato, i massimalisti unitari di Serrati raccolgono 89.028 voti, i comunisti puri 58.783, e i riformisti concentrazionisti 14.695. I comunisti di Bordiga e Gramsci escono dal congresso e fondano il Partito Comunista d'Italia, con lo scopo di aderire ai 14 punti dell'Internazionale. Lenin, infatti, aveva invitato il PSI a conformarsi ai dettami e ad espellere la corrente riformista di Turati, Treves e Prampolini, ricevendo il diniego da parte di Giacinto Menotti Serrati che non intendeva affatto rompere con alcune delle voci più autorevoli (sia pur minoritarie) del partito.


Nell'estate del 1922 Filippo Turati, senza rispettare la disciplina del partito, si reca da Vittorio Emanuele III per le rituali consultazioni per risolvere la crisi di governo. Tuttavia non fu possibile raggiungere un accordo con Giolitti, ed il re diede l'incarico a Facta. Per aver violato il divieto di collaborazione con i partiti borghesi, la corrente riformista viene espulsa, ad ottobre, nei giorni che precedono la Marcia su Roma di Benito Mussolini. Turati e i suoi danno vita al Partito Socialista Unitario, il cui segretario, Giacomo Matteotti, sarà rapito ed ucciso dai fascisti il 10 giugno 1924. Tra il 1925 e il 1926 Mussolini vieta i partiti e costringe all'esilio o al confino i socialisti. È proprio durante l'esilio che, nel 1930, in Francia, avviene la riunificazione tra i riformisti di Turati ed i massimalisti, guidati dal giovane Pietro Nenni.

La rinascita (1943); tra la Resistenza e la Repubblica
Il 22 agosto 1943 nasce a Roma il Partito Socialista di Unità Proletaria (PSIUP) che raggruppa una parte consistente di personalità influenti della sinistra italiana antifascista, come il futuro presidente della Repubblica Sandro Pertini, lo scrittore Ignazio Silone e l'intellettuale Lelio Basso. A diventare segretario del partito è il romagnolo Pietro Nenni.
Il PSIUP durante la Resistenza partecipa attivamente al Comitato di Liberazione Nazionale e si avvicina in particolare al Partito Comunista Italiano, con una politica di unità d'azione volta a modificare le istituzioni in senso socialista. Questa politica, osteggiata dalla destra del partito guidata da Giuseppe Saragat, è in buona parte legata alla preoccupazione che divisioni interne alla classe operaia possano favorire l'ascesa di movimenti di destra autoritaria, come era avvenuto nel primo dopoguerra con il fascismo.
In occasione del referendum istituzionale del 2 giugno del 1946, il PSIUP è uno dei partiti più impegnati sul fronte repubblicano, al punto da venire identificato come "il partito della Repubblica".

Dalla Costituente al centro-sinistra
La scissione socialdemocratica
Il 10 gennaio 1947 il PSIUP riprende la denominazione di Partito Socialista Italiano (PSI). Il cambio di nome avviene nel contesto della scissione della corrente socialdemocratica guidata da Giuseppe Saragat (scissione di palazzo Barberini), il quale darà vita al Partito Socialista dei Lavoratori Italiani (PSLI), e marcherà una profonda distanza dai comunisti (ormai definitivamente agganciati allo stalinismo sovietico). Il PSI invece, proseguirà sulla strada delle intese con il PCI, e con quest'ultimo deciderà anche di fare un fronte comune, il Fronte Democratico Popolare, in vista delle elezioni dell'aprile 1948. Questa posizione "unitaria" dei due partiti della sinistra italiana, l'anno successivo farà però perdere la corrente della nuova destra del partito socialista, capeggiata da Giuseppe Romita, che nel dicembre 1949 si unirà a una parte dei socialisti democratici usciti dal PSLI -perché in polemica con il suo eccessivo "centrismo"- dando vita a un nuovo partito che prenderà il nome di Partito Socialista Unitario (PSU).
Nel maggio 1951 Il PSLI e il PSU si fonderanno nel Partito Socialista - Sezione Italiana dell'Internazionale Socialista (PS-SIIS), che nel gennaio 1952 diventerà Partito Socialista Democratico Italiano (PSDI).
Dopo la sconfitta elettorale del 1948, la lista del Fronte Democratico Popolare non verrà più riproposta, ma il PSI resta alleato col PCI, all'opposizione, per ancora molti anni, ed insieme conducono la battaglia contro la c.d. legge truffa.

I primi governi di centro-sinistra: il "centro-sinistra organico"
Una svolta importante nella storia del PSI è costituita dal Congresso di Venezia del 1957, quando, in seguito anche all'invasione sovietica dell'Ungheria, che porta ad una rottura col PCI, il partito comincia a guardare favorevolmente all'alleanza con i moderati della Democrazia Cristiana: si rafforza il nesso socialismo-democrazia e il PSI abbandona i legami con il blocco sovietico.
Il PSI condurrà comunque una forte battaglia al fianco del PCI contro il Governo Tambroni
Nel 1963 il PSI entra definitivamente al Governo, con l'esecutivo guidato da Aldo Moro. Con questo, però, il Partito viene segnato da una nuova spaccatura: la corrente di sinistra esce dal partito e nel gennaio del 1964 dà vita a un nuovo Partito Socialista Italiano di Unità Proletaria (PSIUP).

La breve esperienza del PSI-PSDI Unificati
Il 30 ottobre 1966 il PSI e il PSDI, dopo alcuni anni di comune presenza all'interno dei governi di centro-sinistra, si riunificano nel PSI-PSDI Unificati.
Ma l'unità dura meno di due anni. La componente socialista del PSI-PSDI Unificati il 28 ottobre 1968 riprenderà la denominazione di Partito Socialista Italiano (PSI), mentre la componente socialdemocratica nel luglio 1969 prenderà il nome di Partito Socialista Unitario (PSU), che nel febbraio 1971 ridiventerà Partito Socialista Democratico Italiano (PSDI).
Tutti questi passaggi e queste scissioni danno un'idea del travaglio politico del PSI di quegli anni, periodo nel quale convivono nel Partito due anime: una tendente a una maggiore coesione con il PCI su ideali che si ispirano a Karl Marx e un'altra tendente a perseguire una politica di riforme progressive che non mettano in discussione l'assetto sostanziale del sistema. All'epoca tra le file socialiste la posizione generalmente maggioritaria era quella della sinistra, tendente ad intensificare i legami con i comunisti, mentre i cosiddetti "autonomisti", sostenitori delle riforme progressive (e quindi più vicini ad un'idea di tipo socialdemocratico), si trovavano in minoranza.

Da Craxi alla fine del PSI
La segreteria di Bettino Craxi
Nel marzo 1976 si tenne il XL congresso del Psi. Le correnti erano cinque:
• area Francesco De Martino (42,7%)
• area Giacomo Mancini (19,8%)
• area Riccardo Lombardi (17,8%)
• area Pietro Nenni (14%)
• area Gino Bertoldi (5,7%)
La maggioranza venne costituita da un'alleanza fra De Martino e Mancini e prevedeva il primo segretario.
Sotto la guida di Francesco De Martino, il PSI ritira l'appoggio ai governi della DC, con l'obiettivo di supportare la crescita elettorale del PCI al fine di arrivare ad un esecutivo guidato dalle sinistre. De Martino scrisse che il PSI aveva una funzione politica a termine: permettere la completa maturazione del PCI fino alla sua partecipazione diretta al governo. Una volta raggiunta tale maturazione, di fatto, il Psi avrebbe esaurito le proprie funzioni. Alle elezioni politiche del 1976 il partito socialista ottiene gli stessi risultati elettorali del 1972, il punto più basso di sempre mai raggiunto dal PSI, con un'imprevista flessione negativa rispetto al precedente turno di elezioni amministrative. Lo squilibrio elettorale col PCI sfiora il 25%.
In questo contesto il PSI ritira nel comitato centrale del luglio 1976 la fiducia a De Martino, eleggendo segretario nazionale il quarantenne Bettino Craxi, in quel momento vicesegretario e membro di punta della corrente autonomista di Pietro Nenni. Nuovo vicesegretario sarà il dirigente siciliano Salvatore Lauricella.
Nel 1978 si tiene il XLI congresso che vede riconfermato Craxi alla segreteria col 65% di voti (cifra mai raggiunta da un segretario socialista) grazie a un'alleanza con Claudio Signorile e alla "benedizione" dell'ex segretario Giacomo Mancini. L'opposizione è guidata da Enrico Manca. Il partito si rinnova nell'immagine e nell'ideologia: nuovo simbolo del partito diventa (accanto alla tradizionale falce e martello) il garofano rosso in omaggio alla portoghese Rivoluzione dei garofani del 1974, mentre, con un lungo articolo sull'espresso, titolato "Il Vangelo Socialista" (agosto 1978), si sancisce la svolta ideologica, con lo smarcamento dal marxismo, appannaggio di un percorso culturale distinto da quello del PCI e che prende le mosse da Proudhon evolvendosi col socialismo liberale di Carlo Rosselli.

Il simbolo del garofano rosso
L'abbandono del marxismo era stato già effettuato dalla SPD tedesca, durante il drammatico congresso di Bad Godesberg del 1959. La stessa trasformazione avviene in seno agli altri partiti socialisti europei. Nello stesso anno, Lauricella è promosso presidente del PSI.

Nel 1980 si inaugura la stagione del "Pentapartito", costituito dal PSI insieme a DC, PSDI, PLI e PRI, formalizzato con guida socialista nel 1983 (Governo Craxi I e II) e con guida democristiana nel 1988.

Nel 1985 il PSI di Bettino Craxi rimuove la falce e il martello dal proprio simbolo per rimarcare la sua intenzione di costruire una sinistra alternativa e profondamente riformista guidata dal PSI e non più egemonizzata dal PCI.
L'elettorato premia questa scelta: la percentuale di consensi infatti sale dal 9,8% ottenuto nel 1979 al 14,3% nel 1987. Il PSI però è ancora ben lontano dal rappresentare una guida alternativa al PCI, il quale ottiene il 26,6% dei voti nel 1987.
Con la caduta del muro di Berlino avvenuta nel 1989, reputando imminente una conseguente crisi del Partito Comunista Italiano, Craxi inaugura l'idea della "Unita Socialista" da costruire insieme con il fidato Psdi e nella quale coinvolgere anche ciò che nascerà dalle ceneri del PCI. Craxi dimostrerà così una certa lungimiranza: come previsto infatti il PCI viene sciolto e gli ex comunisti confluiranno nel più moderato e riformista PDS, anche primi riscontri elettorali da parte del PSI paiono incoraggianti, poiché alle elezioni regionali del 1990 i socialisti si portano al 18% come media nazionale. In questo periodo l'immagine del partito viene quasi a coincidere con quella del suo leader, al punto da parlare di craxismo.

1992: la crisi del partito
Nel partito scoppia la crisi nel 1992 in seguito allo scandalo di Tangentopoli, sollevato dalla magistratura con l'inchiesta "Mani Pulite", che colpisce prevalentemente Bettino Craxi ma mette in crisi tutti i partiti della cosiddetta Prima Repubblica. Il partito cambia rapidamente molti segretari fino al definitivo sfaldamento in tante parti.
Alle elezioni dell'aprile 1992, il PSI raccoglie il 13,5% dei consensi (perdendo l'1% rispetto alle elezioni politiche precedenti, ma il 4,5% rispetto alle elezioni regionali del 1990) ed elegge 92 deputati e 49 senatori. Il Capo dello Stato Scalfaro chiede a Craxi una terna di candidati all'incarico di Presidente del Consiglio, e ne riceve l'indicazione "Amato, De Michelis, Martelli, e non solo per motivi di ordine alfabetico". La presidenza del Consiglio sarà così affidata al socialista Giuliano Amato, ma il suo governo durerà meno di un anno, indebolito dalle critiche al finanziamento pubblico dei partiti, e soprattutto dalla sconfitta dei partiti di governo ai referendum del 18 e 19 aprile 1993.
Nel maggio 1992 arrivano i primi avvisi di garanzia a molti parlamentari tra cui spiccano i nomi dei due ex-sindaci di Milano, Paolo Pillitteri e Carlo Tognoli. A novembre del 1992 l'on. Sergio Moroni e l'amministratore del PSI Vincenzo Balzamo ricevono avvisi di garanzia per ricettazione, corruzione e violazione della legge sui finanziamenti ai partiti. Quello stesso mese Claudio Martelli prende definitivamente le distanze da Craxi fondando il gruppo interno di Rinnovamento Socialista.
Il 26 novembre 1992 l'Assemblea Nazionale del Psi si spacca per la prima volta dopo 11 anni di sostanziale unanimismo craxiano. Vengono presentati tre documenti da parte di Giuseppe La Ganga (pro Craxi), Mauro Del Bue (pro Martelli) e Valdo Spini. Al primo vanno 309 voti (63%), al secondo 160 (33%) e a Spini 20 (4%). Craxi resta ancora saldamente alla guida del partito, ma per la prima volta con una maggioranza più ristretta per via della defezione del gruppo di Martelli.
Bettino Craxi riceve il primo suo avviso di garanzia nel dicembre del 1992, alla vigilia delle elezioni amministrative dalle quali il PSI uscirà decimato: molti voti passano alla Lega Nord e al Movimento Sociale Italiano, unici partiti non pesantemente coinvolti in Tangentopoli.

Il 26 gennaio 1993 i "quarantenni" del partito organizzati da poco come Alleanza Riformista promuovono la manifestazione nazionale Uscire dalla crisi. Costruire il futuro. Ad aprire la manifestazione è il Presidente della Regione Emilia Romagna Enrico Boselli.
Il 31 gennaio sarà il gruppo che a novembre aveva votato la mozione Spini a promuovere l'assemblea aperta Il rinnovamento del Psi.
Craxi si dimette da segretario del PSI l'11 febbraio 1993; dopo rivelazioni sul "conto protezione" che coinvolgevano - insieme a Craxi - il suo ex delfino Claudio Martelli nell'accusa di bancarotta fraudolenta.
Lo stesso Martelli in quel momento era in lizza per succedere come segretario a Craxi, ma la notizia dell'avviso di garanzia lo spinge a dimettersi dal governo e dal Psi.

Resta dunque Giorgio Benvenuto che verrà eletto segretario all'Assemblea Nazionale del 12 febbraio insieme a Gino Giugni come presidente, ma dopo appena 100 giorni è costretto alle dimissioni per il continuo ostruzionismo degli ultimi craxiani al progetto di rinnovamento del partito che portava avanti Benvenuto. Anche Giugni si dimette, ma sarà riconfermato nel suo ruolo.
Durante la sua segreteria, Benvenuto aveva ottenuto il 4 maggio dall'esecutivo del Psi che gli inquisiti fossero sospesi da ogni attività di partito.
Il 28 maggio l'Assemblea nazionale elegge Ottaviano Del Turco nuovo segretario nazionale. Il gruppo di Spini presenta un documento alternativo.

Il giorno dopo nasce il gruppo di Rinascita Socialista guidato da Benvenuto e Enzo Mattina, che via via si defilerà dal Psi.
Alle elezioni amministrative del 6 giugno 1993 il PSI ne uscirà decimato. A Milano, vecchia roccaforte del craxismo il PSI che candida il sindaco uscente Borghini riceve un catastrofico 2,2%. Nelle altre grandi città la situazione non e migliore. A Torino, dove il PSI e in alleanza con il PSDI raccoglie l'1,8%. A Catania dove la DC faticosamente tiene il PSI non si presenta nemmeno. Questi elezioni, per quanto limitate ad campione non rappresentativo di tutto l'elettorato italiano, indicano però l'imminente collasso del Partito Socialista. Grazie al voto del sud comunque il PSI e al 5% su base nazionale. Ma al nord, il PSI è svanito schiacciato da una Lega dirompente e un PDS in crescita.
Ottaviano Del Turco sconfessa la posizione difensiva di Craxi, rifiutando di raccogliere la sua indicazione di alcuni conti bancari esteri; per salvare il partito promette di non candidare tutti gli esponenti accusati di corruzione.
Il 16 dicembre si tiene l'ultima Assemblea Nazionale dove Craxi prenderà la parola e dove i craxiani tentano di riprendere il controllo del partito. All'ordine del giorno c'è la proposta di cambiamento del nome e del simbolo (da Psi a Ps e dal garofano alla rosa). L'intervento di Craxi è in difesa di tutti i socialisti nella sua stessa condizione di indagato o rinviato a giudizio e contro il gruppo dirigente che vuole portare avanti il rinnovamento e l'ancoramento definitivo a sinistra del partito. Il Psi si schiera con Del Turco con 156 voti contro i 116 pro Craxi.

Ormai il Psi e allo sbando. Nell'agosto 93 il Psi per cause di morosità deve lasciare la sede storica di Via del Corso, simbolo del potere craxiano. Ormai il palazzone viene definito Palazzo delle Mazzette. Il Garofano già nel mirino delle inchieste giudiziare deve anche affrontare un deficit pari a 70 miliardi e un galassia di debiti circa pari a 240 miliardi. La crisi finanziara spinge il PSI a liquidare le riviste storiche di MondOperaio e Critica Sociale. Anche il quotidiano l'Avanti! chiude i battenti. Infatti la direzione nazionale del partito si trasferisce nei locali di Via Tomasseli a Roma, ex-sede dell'Avanti.
Molti craxiani però non condividono le scelte di Del Turco. Con la sostituzione del Garofano con la rosa nel nuovo simbolo del PSI molti dichiarano di lasciare il partito. Ugo Intini e altri craxiani (Boniver, Piro) il 28 gennaio 1994 danno vita alla Federazione dei Socialisti che farà liste uniche col Psdi alle elezioni politiche del marzo successivo e che il 18 dicembre diventerà Movimento Liberal Socialista, dopo una prima «convention» per la costituzione del movimento (15 maggio 1994) e il lancio del quindicinale Non mollare (16 giugno 1994). Ciò che resta dei gruppo parlamentari viene diviso tra quelli pro-Del Turco e pro-Craxi. Il PSI, chè per molti anni poteva vantarsi di una centralità nello scenario politico e una unità attorno al suo leader storico, viene visto come un partito ormai alla fine della sua storia sia politica che culturale.

In occasione delle Elezioni politiche del 1994 ciò che resta del PSI si allea con il PDS nell'Alleanza dei Progressisti, che però perde le elezioni. Si spera di passare il 4% di sbarramento. Il nuovo Psi di Del Turco raccoglie il 2,5% dei consensi (pari a circa 800.000 voti). I socialisti riescono così ad eleggere (nei collegi uninominali) 14 deputati contro i 92 eletti nel 1992. Del Turco rassegna le dimissioni e viene sostituito da Valdo Spini come coordinatore nazionale. Alle Elezioni europee del 1994, in lista comune con Alleanza Democratica, raccoglie l'1,8%.

La diaspora socialista
Schiacciato dall'offensiva giudiziaria e da una feroce campagna giornalistica, e dopo una temporanea alleanza con AD, il PSI si scioglie definitivamente con un congresso il 13 novembre 1994 presso la Fiera di Roma. Da quel giorno ha inizio "ufficialmente" la diaspora socialista in Italia, che in pratica era già iniziata nel 1993.

Lo stesso 13 novembre 1994, subito dopo lo scioglimento, nascono diverse formazioni socialiste distinte:
• Socialisti Italiani
• Partito Socialista Riformista
• Federazione Laburista
• Alleanza Democratica
Oltre che nelle formazioni politiche sopra elencate, importanti esponenti del disciolto Partito socialista italiano sono anche confluiti attraverso varie esperienze in:
• Forza italia/Il Popolo della Libertà
• Democratici di Sinistra-Democrazia è Libertà/Partito Democratico
Collaterali a questi partiti vi sono infatti spesso vere e proprie associazioni politico-culturali di ispirazione socialista: con Forza italia Noi Riformatori Azzurri, Fondazione Free e Giovane Italia, con il Partito Democratico l'associazione politico-culturale Socialisti Democratici per il Partito Democratico e la ex corrente diessina dei Socialisti Liberali.

Nella XV legislatura la pattuglia di ex-Socialisti PSI eletti nei due rami del Parlamento e al Parlamento Europeo fu molto ridotta, solo 63 su 1030 provenivano dal PSI: 33 sono di Forza Italia, 13 PS, 12 PD, 2 del MpA, 1 del Nuovo PSI, 1 dell'UDC e 1 non aderisce a nessun partito (Giovanni Ricevuto).
In definitiva, caratteristica italiana è quella di vedere il proprio panorama politico seminato da diversi gruppi d'ispirazione socialista, a differenza di quanto si riscontra generalmente in altri Paesi, dove esiste di norma un unico partito di ispirazione socialista e/o socialdemocratica. Tuttavia idee e contributi di matrice socialista hanno contaminato larga parte della sinistra italiana, con la possibilità di influire nei successivi processi di aggregazione che si sono realizzati e che si profileranno nello scenario politico.

Nel luglio 2007, però, Enrico Boselli, segretario dei Socialisti Democratici Italiani (gruppo Rosa nel Pugno) ha annunciato di voler ricostituire l'originale PSI, dando vita ad una Costituente, aperta alle forze laiche, di sinistra moderata e democratica, che non si riconoscono, però, nel Partito Democratico. Si è così costituito un nuovo soggetto politico che ha preso il nome di "Partito Socialista". Alle elezioni politiche dell'aprile 2008 il PS ha ottenuto lo 0,9% dei consensi. Il risultato elettorale, insufficiente per eleggere rappresentanti socialisti in parlamento, ha portato alle dimissioni di Enrico Boselli in forte polemica con Walter Veltroni. Il congresso di fine giugno 2008 vedrà affrontarsi due candidati per la carica di segretario: Riccardo Nencini, attuale presidente del Consiglio regionale della Toscana e forte esponente della linea continuatrice alla visione di Enrico Boselli che punta all'alleanza con il Partito Democratico, Pia Locatelli, eurodeputata e sostenitrice della tesi lanciata all'assemblea di Chianciano Terme, per un soggetto politico liberale, radicale, socialista e laico e Angelo Sollazzo che auspica un'apertura con i partiti della sinistra radicale.

 

 

(*) < Già membro dell'Esecutivo della CGIL e del CNEL, Pietro Ancona, sindacalista, ha partecipato alle lotte per il diritto ad assistenza a pensione di vecchi contadini senza risorse, in quanto vittime del caporalato e del lavoro nero. Segretario della CGIL di Agrigento, fu chiamato da Pio La Torre alla segreteria siciliana. Ha collaborato con Fernando Santi, ultimo grande sindacalista socialista. Restituì la tessera del PSI appena Craxi ne divenne segretario >

 

Una nota di Pietro Ancona su Bettino Craxi del 2011.

 

Sono uscito dal PSI perché non sopportavo i craxiani, ma non ho poi sopportato la campagna diffamatoria che di Craxi ha fatto il male assoluto, alibi della sinistra per lanciarsi verso imprenditori e finanza. Ho una strana nostalgia per Craxi: con lui non saremmo ridotti così

Abbiamo sbagliato in molti a criminalizzare l’opera e la stessa memoria di Craxi. Alcuni lo abbiamo fatto in buonafede visto che il gruppo dirigente socialista tardo-craxiano è diventato il nucleo di ferro del berlusconismo: Cicchitto, Tremonti, Frattini, Brunetta, Stefania Craxi (che alla fine ha abbandonato il Berlusconi lontano dal potere – ndr). Io stesso uscii dal PSI perchè non sopportavo i craxiani ed il craxismo che si praticava nelle federazioni.
 
Abbiamo soggiaciuto ad una campagna di veleno e diffamatoria degli epigoni del PCI che, attaccando Craxi e facendone il Male Assoluto della Politica italiana, hanno coperto la loro corsa a destra verso le classi dominanti, la finanza, l’imprenditoria e per la negazione totale dei diritti dei lavoratori che si sta per concludere con l’abolizione dell’art.18 dello Statuto e del diritto di sciopero. Il diritto alla pensione è stato intaccato gravemente ed abolito il diritto all’equo indennizzo in caso di infortunio. Le grandi istituzioni finanziarie ed organizzative dell’Inps e dell’Inail saranno divorate dalle privatizzazioni. È già cominciata la campagna di diffamazione che li definisce “carrozzoni”. I lavoratori perderanno di fatto il diritto alla casa di proprietà dal momento che i salari congelati al livello più basso non potranno sostenere il costo delle tasse e della varie irpef per fare gozzovigliare le oligarchie locali e nazionali.
 
Bisogna recuperare da sinistra la memoria di Bettino Craxi specialmente per quanto riguarda l’Europa costruita a Maastricht e poi a Lisbona (con la collaborazione velenosa di Giuliano Amato). Craxi criticò duramente il trattato di Maastricht e previde che sarebbe diventato un inferno per il ceto medio e la classe operaia. Inoltre sostenne rapporti collaborativi con il mondo arabo (Craxi non avrebbe mai bombardato  la Libia e forse è stato costretto all’esilio appunto per avere difeso Gheddafi). Sostenne anche finanziariamente sporcandosi financo le mani con tangenti la palestina  ancora oggi sotto il tallone di ferro dell’occupazione israeliana che ne sottopone la popolazione a continuo genocidio. Una leggenda diffusissima attribuisce a Craxi l’abolizione della scala mobile che è invece avvenuta nel 1992 ad opera di un accordo firmato da Trentin, dalla Cisl e dall’Uil con il governo Amato. (**)

Nel momento in cui siamo costretti a subire la supponenza ed in definitiva la gestione antiitaliana ed anticomunista del governo Monti che ci è stato imposto dal blocco finanziario e militare euroatlantico rivalutiamo la Politica ed uno degli uomini più liberi ed orgogliosi di questa: Craxi, come De Gasperi, come Nenni, avrebbe saputo offrire una alternativa democratica e di progresso alla politica terroristica degli eurocrati, sostenuta in Italia dalla viltà di Napolitiano, Monti, Bersani e Berlusconi che non si discostano dal pensiero unico che ci ha portato allo sfacelo sociale e presto probabilmente alla guerra o a tante altre guerre.
 
Sono certissimo di una cosa: Bettino Craxi non si sarebbe unito al coro di quanti ci terrorizzano e ci dicono che senza di loro ci aspetta il baratro. Avrebbe saputo combattere la battaglia a difesa del popolo italiano che nè Monti nè Bersani nè Berlusconi combattono. Avrebbe saputo offrirci una alternativa al bere o affogare dei vilissimi oligarchi che si propongono a noi come l’unica salvezza alla perdita di quanto ognuno di noi ha fatto durante tutta la sua vita. Avrebbe attaccato la speculazione finanziaria e Wall Street che non vengono neppure criticate dalla oligarchia italiana.

 

(**) ndr. In quel periodo la pressione del PCI sulla componente comunista della CGIL fu combattuta dai sindacalisti di area PCI, ma la componente socialista della stessa CGIL-UIL-CISL fecero un accordo per passare dalla indicizzazione della scala mobile (che si ricavava da uno specifico paniere facilmente manipolabile) alla contrattazione collettiva il cui presupposto economico si basava sulla indicizzazione dell'intero stipendio (inflazione programmata) come livello minimo e sulla politica dei redditi che consentiva di recuperare l'inflazione reale attraverso lo studio del potere di acquisto degli stipendi e delle pensioni, nonché sul principio automatico del fiscal drag che consentiva il recupero dell'erosione fiscale in caso di miglioramenti economici, proprio per conservare l'intero potere di acquisto concordato in sede di concertazione. Successivamente il PCI, sempre scavalcando il sindacato indisse il referendum per l'abrogazione dell'accordo ma fu sconfitto, grazie anche ad un ben più responsabile atteggiamento dei sindacalisti che allo stessa area del PCI facevano riferimento.

 

(***) Ho preso in prestito le ricostruzioni di Pietro Ancona perché rispecchiano fedelmente il mio pensiero di sempre. L'unica cosa in cui mi differenziai fu la permanenza nel PSI, di cui  votai alla fine lo scioglimento, ma non riconoscendomi in alcun modo in alcuna delle compenenti in esso presenti dalla segreteria Craxi in poi. Anche le considerazioni postume su Craxi sono le stesse.  Ora Pietro Ancona è su posizioni di sinistra molto critica ma indipendente ed ama assumere posizioni volutamente provocatorie un po' verso tutti. Ciò che scrive, perciò, dal mio punto di vista non è sempre condivisibile, ma di questa persona sideve apprezzare l'assoluta onestà intellettuale e l'integrità morale.

TORNA ALL'INDICE